Intervento di Luca Cirese al funerale di Castropignano
Non basta allo studiare solo una vita
Ho deciso di prendere parola oggi per rendere omaggio a mio nonno, Alberto Mario Cirese. Gli rendo omaggio ricordando cosa ha significato il mio rapporto con lui e le cose che mi ha insegnato. Non sarò troppo lungo perché come mi ha insegnato mio nonno “non bisogna dire in cento parole quello si può dire in dieci”.
Nonno per me è stato un maestro nel pensiero, con lui sono “andato” – come diceva - “a scuola dal logico” invece che a “scuola dallo stregone”: mi ha insegnato il rigore del pensiero che si mostra nella logica e nei suoi ragionamenti corretti, contro i facili rifiuti dovuti a ignoranza e ideologia, che nonno ha da sempre osteggiato. L'altro grande insegnamento è stato la materia a cui ha dedicato la sua intera vita di studio, l'antropologia; nel suo ultimo libro Altri sé. Per una antropologia delle invarianze (Sellerio, 2010) è ripubblicata una meravigliosa intervista – forse la prima cosa sua che lessi – intitolata “Antropologia delle differenze, antropologia delle invarianze” (1995) nella quale spiega la sua analisi comparata delle culture: per spiegarla usa la bellissima immagine – amata anche da mia sorella - dei frammenti di uno specchio che riflettono allo stesso modo dello specchio originario e quella della torre di Babele, che separò le lingue, e della Pentecoste, che le riunì negli apostoli. Lo sforzo scientifico di mostrare continuità e discontinuità fra le culture – “Contro il pensiero 'altro'” è il titolo dell'ultimo corso tenuto a Roma nel 1991-2, a mostrare l'importanza che il tema rivestiva per lui - è sicuramente uno dei lasciti culturali di mio nonno alla antropologia, alla cultura italiana e a me, anche dal punto di vista umano. La stessa consapevolezza della serietà e dello spirito di servizio della ricerca scientifica mi deriva da mio nonno, forse mediata anche dalla lettura dei ricordi dei suoi allievi per i suoi ottant'anni in Insegnamenti (CISU 2002); a proposito basta leggere una delle epigrafi del sito – www.amcirese.it – che ha curato nell'ultimo periodo della sua vita, che recita: «Del resto a me, come uomo serio, va resa questa giustizia, che io parlo soltanto di cose che realmente conosco ed uso soltanto parole cui annetto un senso ben determinato; poiché solo un tal senso si può con sicurezza comunicare ad altri» (Arthur Schopenauer). L'importanza della comunicazione – altro grande insegnamento - ritorna nella importante distinzione fra segnicità e fabrilità, per cui se il possesso della prima da parte di ciascuno non impedisce il possesso da parte di tutti, quello della seconda no. Nonno si inserisce dunque nella schiera di maestri – ascoltati o letti – che hanno fatto di me la persona e lo studente che sono ora.
Un suo allievo a cui sono molto legato, Eugenio Testa, ha scritto sempre in Insegnamenti che nonno è un libro, riferendosi alla sua lettura di Cultura egemonica e culture subalterne (Palumbo, 1973) per il primo esame universitario. Ineccepibile se si pensa alla precisione e alla sistematicità di ogni suo discorso; aggiungo soltanto che nonno ora sarà solo i suoi libri - cioè «non morirà del tutto», come scriveva Orazio (Odi, III 30) - perché sarà ricordato grazie a essi, che sono già letti e apprezzati e lo saranno sempre. Non so se nonno fosse credente o meno, ma sicuramente ha raggiunto questa forma di immortalità: quella che personalmente auguro a chiunque provi la stessa passione nel pensiero e nella ricerca.
Studiando filosofia nella stessa facoltà dove mio nonno ha a lungo insegnato, ho conosciuto alcuni suoi ex-colleghi che mi hanno sempre trasmesso la profonda stima che avevano per lui come studioso e l'affetto e che mi ha sempre riempito di orgoglio; uno di loro disse più o meno che «chi non lo stima come studioso, è un cretino»; sono riuscito, anche se in breve tempo, a sviluppare una amicizia con questo professore, e spero in questo modo di dare una continuità a un rapporto affettivo e di studio.
Nonno ha concluso la sua vita come l'ha vissuta, cioè pensando e studiando. Il suo ultimo lavoro è stato la cura del suo sito in cui, nonostante la cecità ma grazie all'aiuto di giovani studiosi di antropologia, ha scannerizzato alcuni suoi testi e ha fatto una guida ragionata dei suoi lavori; l'epigrafe di questo sito è «non basta allo studiare solo una vita», una frase che è “tutto un programma” e che ne rappresenta tanto la vita e il lascito da essere secondo me il miglior epitaffio per nonno.
Nonno ti vorrò sempre bene e mi mancherai: terrò sempre a mente le cose che mi hai insegnato.
Intervento di Vincenzo Lombardi al funerale di Castropignano
Quando ho saputo della morte del prof. Cirese sono stato colto da un sentimento di profonda tristezza che (non sembri poco rispettoso) ha lasciato spazio ad uno spiraglio di serenità quando ho appreso della sua volontà di tornare in Molise, a Castropignano, nei luoghi della sua infanzia, dei suoi ricordi cari, vicino al padre Eugenio.
Immediatamente mi sono tornate alla mente le parole che aveva utilizzato in chiusura di un colloquio che con lui avevo avuto per la pubblicazione del volume dedicato alle registrazioni della Raccolta 23 da lui realizzata nel 1954, per il Centro nazionale studi di musica popolare, con Diego Carpitella.
Dopo aver rievocato quell’avventura, felice di rinverdire il ricordo, il professore disse: “… ora al mondo molisano degli affetti e degli studi sono tornato … come al crepuscolo accade quando un amore c’è stato e dura” (amc).
Era il 2005, e Cirese rievocava quella esperienza, ricordava la collaborazione con l’amico Diego, le avventurose trasferte con la vespa del cugino Luigi, il legame con i cugini Rosolina e Nicola Savino, ma rintracciava le radici profonde di quella esperienza e il ricordo andava ad Eugenio: padre e maestro, come gli ricordò Natalino Sapegno.
Il legame col Molise, anche quello degli studi, credo, si è snodato lungo il filo degli affetti, ed in quelli ha trovato carica ed energia.
Le ricerche e gli studi degli anni Cinquanta, come Cirese stesso ricorda, sono conseguenza diretta dei lavori di Eugenio, verso il quale Alberto – al ritorno da Parigi per la sua borsa di studio presso il Musée de l’homme, è addirittura risentito. Quando il padre sofferente, “dal letto, già piegato dal male, […] annunciò il proposito di dare vita a una rivista”, Alberto reagì; ricorda: “ne dubitai, ed anzi fui ostile”.
Poi invece, “La Lapa” nacque e fu un successo, ospitò i maggiori studiosi dell’epoca, fra i quali Claude Lévi-Strauss, per la prima volta in Italia. Nello stesso anno, 1953, era apparso il primo volume dei Canti popolari a cura di Eugenio, opera che fu il presupposto per le due raccolte di registrazioni del 1954, quella per Cnsmp, che coinvolse le comunità albanesi molisane, e quella per “La Lapa” che interesso le comunità croate del Molise. A queste esperienze sono legate altre importanti opere e lavori scientifici come i Saggi sulla cultura meridionale (1955) e gli scritti dedicati alla “pagliara”; da essi scaturiscono i contatti con gli studiosi d’oltre Adriatico Milko Maticetov e Milovan Gavazzi; da essi prende origine il saggio sul “Lamento funebre” presso i croati molisani ed il numero speciale de “La Lapa” dedicato al padre appena morto e al Molise che, nella dedica, quasi si identificano; da quelle esperienze di ricerca nasce il secondo volume dei Canti popolari, del 1957.
Piano scientifico e piano affettivo si intrecciano e si fondono; padre e patria, una di quelle che Cirese si riconosceva, tendono a sovrapporsi; spesso ricordava: … la molteplicità delle patrie, che mai però dimentica la prima e vera … C’era questo, tra l’altro, nella quotidiana nostra vita di casa: un insegnamento che appresi, e mi fu naturale cercare di applicarlo allora e poi.
Ma, per usare ancora le sue parole, “quando un amore c’è stato, dura”. E allora, nonostante l’insegnamento presso l’Università di Caglari, dal 1957, lo portò ad allontanarsi dagli studi molisani, il legame non si è mai affievolito. Gli scritti dedicati ad una delle sue patrie, il Molise, non sono mai mancati, fino a quando – come lui stesso ha detto – non vi è tornato, ancora una volta; verso i suoi affetti e i suoi studi.
Lo ha fatto operando direttamente, ma anche ispirando, invogliando e sostenendo lavori di altri studiosi “di più giovane generazione”; seguendoli con accortezza e vigile amorevolezza.
Nella scia di questo ulteriore ritorno trovano posto nel 1983, Intellettuali e mondo popolare nel Molise; nel 1991 la ristampa de “La Lapa” curata da Pietro Clemente; nel 1997 la sistematizzazione degli scritti di Eugenio con Oggi, Ieri, Domani che cura lui stesso; una nuova attenzione agli studi degli anni Cinquanta, fra il 2002 ed il 2005; nel 2007, la ristampa anastatica di Gente Buona, sussidiario per le scuole elementari del 1925, e la Mostra, allestita nello stesso anno 2007, dedicata ad Eugenio Cirese; nel 2009, Com’a fiore de miéntra, riflessione a più voci sul rapporto fra poesia e musica nell’opera poetica di Eugenio Cirese.
Alberto Mario Cirese, Maestro per più generazioni di studiosi, ha insegnato che le identità non si ereditano, ma si scelgono. La scelta di essere sepolto a Castropignano, il paese dei giochi e dei ricordi d’infanzia, testimonia il profondo legame di sentimenti che ha sempre mantenuto con il Molise, una delle sue cinque patrie d’adozione, ma soprattutto la terra fatata degli affetti e della “fatia” trasmessagli dal padre Eugenio. E questo è, a mio avviso, un prezioso, ultimo, gesto di amore verso la sua Patria.
Spesso, durante i colloqui telefonici, abbiamo avuto modo di dialogare sulle frequenti “distrazioni” che il Molise ha avuto e ha verso i suoi uomini migliori, e di ciò il professore si rammaricava. Come amava dire, l’unico modo per onorare uno studioso è studiarne l’opera. L’impegno del Molise, spero, voglia andare in tale direzione.
Intervento di Gino Cirese al funerale di Castropignano
Caro Alberto
sono l'ultimo della nostra generazione dei Cirese (dopo di noi ci saranno Nicola ed Eugenio con i loro figli) e sono anche l'unico che ha avuto la fortuna di mantenere aperta la casa Cirese di Castropignano; tocca perciò a me salutarti e ringraziarti per il tuo ritorno a Castropignano e credo che il modo migliore per farlo sia quello di leggerti una mia breve lettera che molto tempo fa avevo scritto a te e ad Enzo, lettera che è però rimasta nel mio computer perché non ho mai avuto la forza di inviartela
LETTERA AI CUGINI ALBERTO ED ENZO
Cari Alberto ed Enzo
In una lettera scritta a papà dell'anno 1947 zio Eugenio, parlando della casa in cui, a seguito della morte del nonno Luigi, i Cirese avevano trasferito la loro dimora a Castropignano, così si esprimeva:
"...mio desiderio è che la casa di Castropignano sia, per Alberto ed Enzo, per Gino e Rosolina, il simbolo benedetto dell'unità della nostra famiglia"
Il desiderio di zio non si è potuto realizzare appieno perché ognuno di noi, per scelta o per esigenze personali, si è visto costretto a vivere in un posto diverso, ma credo che quella "unità della famiglia" tanto ardentemente auspicata da zio possa ancora diventare realtà in futuro, quando tutti noi dovremo, purtroppo, lasciare questa vita. So bene che sarebbe meglio evitare certi discorsi, ma, poiché non credo all'immortalità, preferisco affrontare apertamente l'argomento. Nella cappella gentilizia che è in via di ultimazione nel cimitero di Castropignano ho fatto ubicare, in posizione centrale, una tomba che conterrà i resti di zio Eugenio. Nella stessa cappella ci sono già quelli di papà e mamma, di nonna Rosina e di zia Emilia e ci sarò anche io, quando sarà venuto il momento. Non mi dispiacerebbe perciò che, insieme a tutti noi ci fossero anche Alberto ed Enzo perché così mi sembrerebbe di aver esaudito, anche se in modo postumo, un desiderio che certamente non era solo di zio Eugenio, ma anche di mio padre.
Vi abbraccio affettuosamente
Gino
Intervento di Ambra Somaschini al funerale di Castropignano
William Butler Yeats, La rosa del mondo
Chi sognò che la bellezza trascorre come un sogno?
per queste labbra rosse, con tutto il loro orgoglio dolente,
dolente che nessun nuovo prodigio può accadere,
Troia passò in un supremo funebre splendore,
e i figli d'Usna perirono
noi e il mondo in travaglio passiamo:
tra le anime umane che arrivano a onde e si ritraggono
come pallide acque nella loro corsa invernale ,
sotto le stelle in transito, spuma del cielo,
continua a vivere questo volto incomparabile
Inchinatevi arcangeli, nella vostra indistinta dimora:
prima che voi foste, o un solo cuore palpitasse,
stanca e gentile una indugiava accanto al Suo trono;
Egli formò il mondo perché fosse una via erbosa
davanti ai suoi piedi errabondi.
William Butler Yeats, Vorrebbe avere le stoffe del cielo
Se avessi le stoffe
ricamate dei cieli
lavorate con luce d'oro e d'argento,
le stoffe azzurre e le opache e le oscure
della penombra, della luce e del buio,
le stenderei sotto i tuoi piedi:
ma sono povero e non ho che i miei sogni;
ho steso i sogni sotto i tuoi piedi;
cammina piano perché calpesti i miei sogni.
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